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Voltaire e Rousseau L'11
luglio 1791 furono solennemente trasferite al Panthéon, un tempo chiesa di
Sainte-Geneviève, le ceneri di Voltaire. Messa in scena grandiosa: un
enorme carro in stile su cui era stato deposto il sarcofago, circondato da
giovani allievi delle accademie vestiti da romani; un lungo corteo, in cui
si scorgeva la statua di Voltaire, opera di Houdon, trasportata su una
stanga di carro, e a cui partecipavano «i cittadini del faubourg
Saint-Antoine armati di picche»; questa solenne cerimonia, che destò una
grande impressione, costituisce un momento culminante nella storia delle
feste rivoluzionarie. La cerimonia precedeva di soli due giorni una doppia
commemorazione, quella della presa della Bastiglia e quella della
Federazione del 1790; celebrata in un'atmosfera tesa, tre settimane dopo
la fuga di Varennes, personificava l'unità profonda esistente tra due
battaglie per la libertà, quella del «secolo illuminato» e quella della
nazione rigenerata. Tre anni dopo, il 20 vendemmiaio dell'anno III (11
ottobre 1794), il Panthéon accolse i resti di Rousseau. La cerimonia
questa volta coronava una storia ricca di peripezie: il progetto, ideato
durante il Terrore, fu realizzato solo dopo il 9 termidoro; venti giorni
prima era stato tumulato nel Panthéon Marat (e, nel corso della stessa
cerimonia, erano state fatte uscire dal Panthéon le ceneri di Mirabeau, il
primo grande uomo della rivoluzione ad avervi avuto accesso). E così la
funzione in onore di Rousseau diventava, in qualche modo, una
manifestazione contro Marat: al ricordo di colui che chiedeva «centomila
teste» si contrapponeva l'immagine di Jean-Jacques, amico della natura,
anima sensibile, saggio legislatore che aspirava a una città della libertà
e della giustizia. Le due celebrazioni, al di là delle circostanze in
cui si collocano, al di là della loro strumentalizzazione per fini
politici del momento, avevano un significato simbolico comune: grazie a
loro la rivoluzione rendeva omaggio e giustizia ai propri precursori e
aspiratori. Il discorso, il rituale e il linguaggio simbolico utilizzati
nel corso delle cerimonie insistevano con forza sui legami che univano la
rivoluzione al «secolo illuminato» incarnato da Voltaire e da Rousseau: la
nazione rigenerata si riconosceva nel «grande uomo», quello il cui nome,
la gloria e i meriti si basavano sui talenti e sui servizi resi
all'umanità e non sulla nascita, i titoli ereditari o i bottini di guerra.
Le due funzioni riassumevano e personificavano una doppia
rappresentazione, quella della rivoluzione e quella dei Lumi, inserite in
un gioco di specchi. La rivoluzione, ponendosi sotto l'insegna e gli
auspici del «secolo illuminato» si creava un'origine e una legittimità
maggiore: metteva fine ai lunghi secoli di tenebra, di tirannia e di
pregiudizi; rivendicava per sé una tradizione, quella del progresso delle
lettere e della rivendicazione della libertà, una storia assolutamente
recente e relativamente breve, ma ricca di quell'avvenire che essa
preannunciava. Essa si dava, in tal modo, un'identità e una continuità: al
di là delle vicissitudini della propria storia, poteva sempre fare appello
alle proprie origini come alla propria giustificazione ultima; in tal
modo, il ritorno a queste origini le si offriva in permanenza come fonte
del proprio rinnovarsi e della propria grandezza. Iconografia della
rivoluzione, ma anche dell'Illuminismo (o piuttosto del «secolo
illuminato», del «secolo filosofico», del «secolo della ragione»; il
termine Illuminismo, equivalente all'Aufklárung tedesco e
all'Enlightenment inglese, è di uso relativamente recente: in
seguito ce ne serviremo per comodità d'espressione, rischiando a volte un
certo anacronismo). Far riposare, per l'eternità, Rousseau accanto a
Voltaire significava compiere un atto di riconciliazione, superare le
divergenze, i litigi e i conflitti che avevano separato i vivi,
considerarli secondari in rapporto all'unità fondamentale
dell'Illuminismo, patrimonio comune di idee, valori e modelli formativi.
Significava anche offrire una rappresentazione ideale dell'Illuminismo,
come di un movimento continuo, la cui finalità, preparare la
rivoluzione, assicurava un'unità al succedersi degli uomini e delle
generazioni. Rendendo omaggio a Lumi, la rivoluzione faceva assurgere i
Voltaire e i Rousseau 'a testimoni affínché si riconoscessero nell'opera
da essa compiuta, e vi ritrovassero le proprie idee e il proprio
messaggio. Le tumulazioni nel Panthéon di Voltaire e di Rousseau sono
stati i momenti culminanti della diffusione di questa doppia immagine
della rivoluzione e dell'Illuminismo; a forza di essere ripresa e ripetuta
in discorsi, cerimonie, allegorie, essa diventò un luogo comune e una
figura retorica, in grado di riconciliare, per una volta, rivoluzionari e
controrivoluzionari. In effetti un Robespierre e un Maistre potevano
entrambi riconoscere che l'Illuminismo aveva partorito la rivoluzione; il
primo per esaltare la madre e il pargolo, l'altro per condannarli
entrambi. Il periodo rivoluzionario ha trasmesso questa iconografia agli
storici che l'hanno studiato e tutta una corrente storiografica l'ha
ripresa e amplificata. A mano a mano che si passa da questa
rappresentazione generale a questioni più specifiche, le metafore si
trasformano in problemi, da cui prendono origine tre serie di
interrogativi affrontati diverse volte dalla storiografia: l'Illuminismo
ha preannunciato la rivoluzione e i philosophes ne sono stati i
precursori? Nel 1789, le idee e i valori dei Lumi hanno animato le
passioni rivoluzionarie e spinto perciò agli estremi la crisi politica? Le
divergenze tra le dottrine dei philosophes hanno influito sulle
opposizioni negli orientamenti politici, soprattutto tra i radicali e i
moderati, durante la rivoluzione? Domande che meriterebbero una
ridefinizione perché il loro contenuto tradisce la preoccupazione di
stabilire una convergenza tra due finalità, quella dei Lumi e quella della
rivoluzione. Noi non condividiamo questa preoccupazione: i nostri
interessi sono rivolti alla cultura e alle mentalità politiche del periodo
rivoluzionario in rapporto all'eredità dell'Illuminismo, ed è solo in
quest'ottica che affronteremo il problema delle origini culturali della
rivoluzione e quello del ruolo giocato dalle idee dell'Illuminismo
nell'esplosione della rivoluzione e nei suoi conflitti politici. Cerchiamo
tuttavia di riprendere queste domande, non foss'altro che per la loro
lunga tradizione storiografica.
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Colpevoli precursori? I
philosophes invocavano la rivoluzione, ne erano precursori, e
devono esserne pertanto considerati responsabili? Simili interrogativi
sorgono già durante il periodo rivoluzionario e assai spesso ad essi viene
data una risposta positiva. Per far ciò, ci si basa su testi «profetici»,
come le celebri frasi di Rousseau: «Ci stiamo avvicinando allo stato di
crisi e al secolo delle rivoluzioni. Ritengo impossibile che le grandi
monarchie durino ancora a lungo; tutte hanno brillato, e ogni stato che
brilla si trova sulla via del declino». L.S. Mercier, nel suo libro De
J.-J. Rousseau considéré comme l'un des premiers auteurs de la
Révolution (1791), non si stanca di dimostrare, nel corso di centinaia
di pagine, che le opere di Rousseau annunciano la rivoluzione e ne
formulano il programma. Mercier d'altronde non ha esitato a evocare il
proprio libro, L'anno duemila quattrocento quaranta (1770), un
romanzo utopistico, per affermare, in assoluta modestia, di aver previsto
lo svolgimento degli avvenimenti rivoluzionari, cominciando con la presa
della Bastiglia. Da parte della controrivoluzione, l'abate Barruel, un
gesuita, sviluppò, a sua volta, la tesi della responsabilità dei
philosophes. Nei suoi Mémoires pour servir à l'histoire du
jacobinisme espone, in tre grossi volumi, l'idea che all'origine della
rivoluzione vi sia un complotto filosofico e massonico. Basandosi su
citazioni di Voltaire, Rousseau, Diderot e dell'Encyclopédie,
dimostra che dalla metà del XVIII secolo esiste e agisce una cospirazione
che mira a sconvolgere l'ordine sociale: i philosophes ne sono i
capi e le logge massoniche (in modo particolare gli «illuminati» di
Baviera) formano una vera e propria rete di sovversione. Criticare la
religione e il clero, la famiglia e la morale, la nobiltà e il trono:
questo è stato il lavorio di logoramento compiuto da un simile complotto
che, con molto anticipo, ha preparato l'attacco frontale che ha poi
scatenato nel 1789. Queste due ricerche della paternità della
rivoluzione, per quanto ideologicamente opposte, testimoniano che la
rivoluzione rimaneva per i propri contemporanei un avvenimento singolare
e, in fondo, incomprensibile. Presentarla come la realizzazione di
previsioni e idee illuministe era un modo di nazionalizzare il fenomeno
rivoluzionario (le sette mistiche che proliferavano nella stessa epoca non
avevano assolutamente bisogno di queste profezie laiche: esse si
accontentavano, semplicemente, dell'Apocalisse). L'abate Barruel non si
comportava in modo diverso: come risultato di un complotto, la
rivoluzione, opera delle tenebre, diventava intelligibile, pur conservando
il proprio carattere di mistero impenetrabile. L'idea di complotto
filosofico e massonico era comunque destinata ad avere un futuro. Ma anche
da parte rivoluzionaria si ricercavano instancabilmente le ramificazioni
del «complotto» aristocratico e clericale, per spiegare le vicissitudini
della rivoluzione. Molto più rari erano coloro che scaricavano i
philosophes da ogni responsabilità. J.J. Mounier, il capo delle
fila dei monarchiens, polemizzava con l'abate Barruel dal suo
esilio di Weimar (De l'influence attribuée aux philosophes,
franc-maçons et illuminés, sur la Révolution de France, 1801).
Sosteneva che l'idea di complotto si rivolge agli spiriti «pigri e
superfíciali»; che i philosophes non hanno mai incitato alla
rivolta; che il loro obiettivo non era quello di sconvolgere l'ordine
sociale ma, al contrario, di proteggerlo contro i cataclismi
modernizzandolo e riformandolo. Mounier aveva certamente
ragione. Le «profezie» dei philosophes sono generalmente figure
retoriche, altrettanti richiami a prevenire disordini. Le idee politiche
dell'Illuminismo potevano, certamente, spingersi fino a esplorare le
alternative utopistiche dell'ordine esistente. Ma se esiste un
denominatore comune a questi molteplici progetti, esso non è l'invito a
una rivoluzione, bensì l'incitamento alle riforme. All'orizzonte delle
aspettative dell'Illuminismo, prima della crisi del 1789, ci si imbatte
nell'ideale di uno stato riformatore e di una politica di riforme: e
quella di un Turgot o di un Giuseppe II si avvicinano molto a questo
ideale. I philosophes non sono stati dunque «precursori» della
rivoluzione; il valore esplicativo del concetto di «precursore» è,
generalmente, molto debole. Un «precursore» non è proprio colui che non
può enunciare quello che si presume sia il suo pensiero? Detto questo, è
difficile sopravvalutare l'importanza di queste idee di riforma per la
formazione di nuove mentalità politiche. Per la loro maturazione un
insieme comune di idee e di speranze, di valori e di attese, aveva più
efficacia dei progetti riguardo a questa o quella riforma accumulatisi nel
corso del secolo. Le riforme in realtà sono pensate come altrettante
risposte pratiche ai problemi che travagliano l'Illuminismo: come
ridefinire e nazionalizzare l'ordine sociale? Come cambiare l'uomo, il suo
modo di pensare, di sentire emotivamente? La realizzazione dei progetti di
riforma sarebbe dovuta spettare al potere illuminato; in tal modo,
riporre simili speranze nelle riforme era riconoscere implicitamente la
politica come istanza decisiva per ogni cambiamento sociale. Con la
loro diversità e la loro molteplicità, i progetti di riforma traducevano
due convinzioni che si confondevano: le istituzioni e gli uomini sono
trasformabili all'infinito; il cambiamento può essere operato solo
attraverso la politica le cui capacità d'azione trasformatrice
sarebbero a loro volta quasi illimitate. Teorizzando la politica e
investendola delle loro speranze, i philosophes creavano la
rappresentazione di un potere in grado, tramite i propri atti, di dare a
tutti i problemi sociali e persino morali risposte sicure e razionali: da
qui le attenzioni verso la politica, e soprattutto verso lo stato. Non uno
stato qualsiasi, ma quello che sarebbe diventato lo strumento privilegiato
del diffondersi dello spirito illuminato. Si ha in mente, dunque, un
potere che fa proprie le idee dei philosophes e le mette in atto
per riformare la società. La formula politica di tale potere non si
spinge, molto spesso, oltre un certo assolutismo illuminato; la
moderazione, per non dire la timidezza politica, si allea però
perfettamente con il sogno utopistico di un'altra società, quella della
felicità sociale in cui sarebbe sfociata la ridefinizione dell'ordine
sociale. La volontà riformatrice avrebbe riunito insieme la politica e la
morale; la stessa legittimità del potere sarebbe dipesa dalla causa al cui
servizio si fosse posto. Un simile potere riformatore avrebbe incarnato il
potere sovrano che la società detiene nei propri confronti; avrebbe
rimesso in questione le gerarchie che si legittimano solo attraverso la
tradizione e le autorità basate unicamente su pregiudizi. Il potere
politico investito di simili speranze, assunto a momento decisivo di
innovazione razionalizzatrice, disposto ad aprire l'ambito sociale
all'esercizio critico della ragione, poteva solo servire l'emancipazione
dell'individuo e riconoscere i diritti inalienabili dell'uomo come
condizione della propria legittimità.
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Scivolare nella Rivoluzione Nella crisi del 1789 le idee e le rappresentazioni
elaborate dai philosophes hanno un ruolo molteplice e complesso.
Gli artefici del 1789 non erano rivoluzionari nel significato che noi oggi
attribuiamo a questo termine. La rivoluzione essi non l'hanno né voluta né
immaginata; vi sono scivolati dentro senza averne essi stessi coscienza.
Per capire questo slittamento, le idee e i valori tramandati
dall'Illuminismo sono estremamente importanti, per quello che riescono a
mettere in evidenza e per ciò che nascondono. Nel 1789, come è noto, la
crisi del regime si presenta sotto un duplice aspetto: finanziario (il
deficit e il pericolo immediato di bancarotta dello stato) e istituzionale
(convocazione degli Stati generali, un'istituzione i cui compiti,
competenze e modalità di funzionamento dovevano essere ridefiniti). Il
partito patriota e i suoi pubblicisti, che influenzano l'opinione
pubblica, affrontano e discutono questi problemi entrando in un campo
esplorato a fondo da Montesquieu, Rousseau, Mably, e rivangato dall'opera
costituzionale degli stati americani. In effetti, leggendo la massa di
opuscoli pubblicati in occasione della convocazione degli Stati generali,
e soprattutto consultando i processi verbali dell'Assemblea nazionale, in
modo specifico i primi dibattiti, si è colpiti dalla profonda conoscenza
della letteratura politica dell'Illuminismo da parte delle nuove élite
politiche. I loro portavoce e ideologi avvertono la crisi, ne definiscono
la posta in gioco e gli obiettivi, il proprio ruolo e quello degli
avversari, grazie ai valori e ai concetti elaborati dall'Illuminismo. È
con il linguaggio e le rappresentazioni ereditate dai Lumi che essi danno
un significato globale alla crisi: ai loro occhi, essa oppone il
diritto all'arbitrio, la libertà al dispotismo, la giustizia ai privilegi.
Spiegazione che, in virtù del carattere universale dei valori in gioco,
comprometteva un approccio pragmatico ai problemi concreti che erano al
centro del conflitto, radicalizzava le posizioni e riconduceva tutti i
problemi dibattuti a uno solo, quello della trasformazione del potere
politico considerato come istanza decisiva della riorganizzazione
dell'ordine sociale. Una simile definizione della posta in gioco
significava pensare la contestazione del diritto positivo nei termini di
un ritorno a valori originali, anteriori ad esso, i soli capaci di dare
una legittimità al potere. I pubblicisti del partito patriota si
servono d'altronde in modo molto libero delle eredità ideologiche e
intellettuali dei philosophes. Traggono le proprie idee in modo
eclettico da autori molto diversi, senza particolari preferenze,
combinando gli argomenti in funzione delle necessità polemiche del
momento. Attraverso opuscoli sempre più numerosi, le idee di base
dell'Illuminismo conoscono così una diffusione a vasto raggio; inoltre le
prime riunioni degli Stati generali mettono in contatto diretto, spesso
per la prima volta, i «patrioti illuminati»: ne risulta uno scambio di
idee sempre più intenso e una concertazione sulle azioni da seguire. La
varietà e la ricchezza di queste idee di base provocano negli ideologi la
convinzione, comunemente condivisa dalla nuova opinione pubblica, di
disporre di mezzi intellettuali appropriati alla situazione, sufficienti
per capire la crisi così come per controllarne le conseguenze. In realtà,
si tratta in gran parte di un'illusione ideologica. Perché gli uomini del
1789 non avevano a che fare con gli stessi problemi dei philosophes
che avevano preso come riferimento. Questi teorizzavano e nazionalizzavano
la politica, mentre i primi si trovavano di fronte a un fenomeno politico
e sociale inedito, provvisto di un proprio dinamismo e che produceva
conflitti e passioni proprie. Sotto i loro occhi e grazie alla loro
azione, questo fenomeno diventava sempre più complesso, difficilmente
padroneggiabile, anzi francamente incontrollabile. Ed è proprio questa
peculiarità del fenomeno rivoluzionario, e tuttavia sua caratteristica
fondamentale, che i concetti ereditati dai philosophes avrebbero
assai più nascosto che illuminato. Per dare un significato agli
avvenimenti concatenati gli uni agli altri e che conoscono
un'accelerazione brutale, essi vengono inglobati sempre più spesso sotto
il nome di rivoluzione. Impercettibilmente la rivoluzione comincia
ad acquistare una sorta di propria finalità. A riassumerla è la
rigenerazione della nazione, un sinonimo di ritorno alle origini e
di adempimento di una promessa indefinita di libertà, di rottura con il
passato nefasto e di apertura verso un radioso avvenire. Per gli ideologi
del 1789 il potere costituente mette finalmente in atto i concetti di
contratto sociale, di sovranità nazionale, di volontà generale e
ridefinisce per ciò stesso l'ordine sociale, riuscendo a coniugare in
politica ragione, libertà e giustizia. La fiducia nella politica, nelle
sue capacità d'azione quasi illimitate, e le speranze generate dalle prime
esperienze rivoluzionarie si mescolano fino a confondersi in altrettante
certezze: la rivoluzione dispone sempre di mezzi sufficienti,
intellettuali e politici, per padroneggiare e risolvere i problemi che
essa fa sorgere; una volta che il suo scopo sia razionalmente definito,
essa vi si atterrà in modo fermo e farà nascere le energie necessarie per
realizzarlo; accelerarne il corso, superare la resistenze su cui essa
inciampa significa dunque avvicinarsi ai suoi obiettivi ultimi. La spirale
della violenza verbale, delle rivendicazioni e delle minacce, delle
recriminazioni e delle promesse che si manifesta nell'estate e
nell'autunno del 1789, negli opuscoli, nella stampa, nelle assemblee, non
nasce solo dallo scatenarsi delle passioni e della lotta per il potere.
Paradossalmente, essa è animata anche dalla certezza, largamente
condivisa, che la rivoluzione, proprio in ragione dei principi su cui si
basa e, di conseguenza, della finalità che si propone, è fondamentalmente
razionale, dunque controllabile. In altri termini radicalizzare la crisi,
spingerla fino alle estreme conseguenze, non sarebbe che il mezzo più
efficace per giungere rapidamente a una felice conclusione. Certezze
purtroppo illusorie: come è noto, una volta iniziata la rivoluzione,
l'idea stessa di condurla in porto, di realizzare le speranze che essa
aveva risvegliato, diventa un fattore che la dinamizza e così la rende
sempre meno controllabile. Certamente, a questa volontà di
radicalizzazione animata da una sorta di «fanatismo della ragione» si
opponevano tendenze più moderate che si presentavano, anch'esse, come
un'eredità dei Lumi: riformismo, empirismo, senso del reale. Così,
nell'agosto-settembre del 1789, durante il primo dibattito costituzionale,
di cui è difficile sopravvalutare l'importanza per il seguito degli
eventi, i monarchiens, fautori di un sistema rappresentativo
fondato sulla consistenza di un'assemblea bicamerale e di un potere reale
forte, avevano preso come riferimento l'esempio del regime liberale
inglese, la continuità delle tradizioni politiche francesi, e l'autorità
di Locke, Voltaire, Montesquieu. Argomentazioni spazzate via rapidamente
nel corso di un dibattito che ha visto il partito patriota scindersi e la
stessa Assemblea dividersi in «destra» e «sinistra»: il cambiamento da
operare non può essere una restaurazione delle tradizioni del
passato ma deve affermarsi esattamente come una rivoluzione, una
rottura radicale; le tradizioni non coinvolgono affatto la libertà della
nazione e non ne limitano la sovranità: la Francia è, certamente, una
nazione antica, ma i francesi rigenerati formano un popolo che ha
ritrovato la prima giovinezza. Essi dunque non hanno assolutamente bisogno
di imitare un modello; sono loro stessi ad aprire un'era nuova e ad offire
al mondo un esempio di portata universale come dimostra e proclama la
Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
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Radicali e moderati Le
divergenze tra le diverse dottrine politiche e morali dei
philosophes hanno influito sull'opposizione tra radicali e moderati
durante il periodo rivoluzionario? Il dibattito che abbiamo appena evocato
ci porta al cuore di questo interrogativo, al quale sembra suggerire una
risposta positiva. In effetti, la storiografia ritorna spesso, fino a
farne un cliché, sull'opposizione tra le due tendenze del pensiero
rivoluzionario: l'una, liberale, empirista e riformista s'ispirava a
Voltaire e a Montesquieu; l'altra, dogmatica e radicale, sostenitrice
della sovranità popolare e della dittatura rivoluzionaria, si ispirava a
Rousseau. A volte si parla di due fasi ben distinte della rivoluzione:
quella influenzata dallo Spirito delle leggi finita nel 1791 e
l'altra, contraddistinta dalla dittatura, basata sull'influenza di
Rousseau. È evidente che l'epoca dell'Illuminismo è contraddistinta
dallo sviluppo della filosofia politica: non ci sarebbe liberalismo
moderno senza gli scritti di Montesquieu e di Smith; non ci sarebbe un
pensiero democratico moderno senza il Contratto sociale. Ma la
riflessione e la pratica politiche della rivoluzione sono tutta un'altra
cosa rispetto all'applicazione di questa o di quella dottrina. Come
abbiamo notato, gli uomini del 1789 si servivano molto liberamente
dell'eredità dei Lumi. Dovevano affrontare problemi inediti e, più ne
erano coscienti, più il loro pensiero guadagnava in originalità. La
Dichiarazione dei diritti dell'uomo si spiega più con il bisogno a
cui essa rispondeva, quello di ridefinire il campo politico in termini di
libertà e di diritto, che con il pensiero preso in prestito da Locke e da
Montesquieu, da Rousseau e dalle costituzioni americane. Prendiamo un
altro esempio che pure ritorna spesso nella storiografia: è un dato di
fatto che Robespierre aveva per Rousseau un'ammirazione particolare e che
in pieno Terrore si rifaceva ai suoi scritti contrapponendoli a quelli di
Voltaire e degli enciclopedisti. Ma non se ne deve certo concludere che il
Contratto sociale contiene in germe il giacobinismo e il Terrore.
Robespierre d'altronde non è il solo a riferirsi a Rousseau; si può
facilmente constatare come sia diffusa la presenza del Contratto
sociale in tutto il pensiero politico rivoluzionario: in Sieyès e
nell'opera della Costituente (Burke lo fece notare in modo pertinente), in
Brissot che vedeva solo con gli occhi di Rousseau, in Madame de
Staël. Ultimo esempio: il pensiero liberale rivoluzionario si era
certamente formato alla scuola di Montesquieu e di Condorcet. Esso
tuttavia dimostra realmente la propria originalità attraverso la
riflessione sul Terrore, quando cerca di spiegare come la rivoluzione ha
potuto, partendo dai principi del 1789, giungere fino ai metodi dell'anno
II e, soprattutto, quando si sforza d'immaginare un ambito politico
democratico protetto contro ogni possibile ritorno del Terrore grazie a un
dispositivo istituzionale. È a partire da questa esperienza che un Sieyès
o un Constant svolgono la critica dell'idea di una sovranità illimitata
del popolo e, perciò, del Contratto sociale. In altre parole, la
rivoluzione ha proiettato sull'Illuminismo l'ombra delle proprie
lacerazioni e dei propri conflitti; nel 1799 sarà difficile, per non dire
impossibile, leggere Montesquieu e Rousseau nello stesso modo in cui si
leggevano dieci anni prima.
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L'eredità dell'Illuminismo
L'Illuminismo ha dunque lasciato in eredità alla rivoluzione francese
qualcosa che era al tempo stesso meno e più di una o di alcune dottrine
politiche, sistemi che aspettavano soltanto di essere trascritti nei
fatti. L'eredità che esso ha lasciato consisteva soprattutto in un certo
stile di pensiero e in un insieme specifico di rappresentazioni e di
attese, in cui si coniugavano politica e morale. Il discorso pedagogico
rivoluzionario fornisce un esempio importante di questa eredità che rimane
come un fondo comune di idee nel corso di tutta la rivoluzione, nonostante
i vari cambiamenti. Fin dall'inizio la rivoluzione si vede accordare una
vocazione pedagogica, quella di rigenerare la nazione e di formare un
popolo nuovo, e questa missione esercita un irresistibile fascino sui
poteri successivi. L'eredità dell'Illuminismo si riconosce facilmente: non
si tratta di idee prese da questa o quell'opera, ma piuttosto della
continuazione di quello slancio pedagogico che percorre l'Illuminismo, il
sogno di formare uomini nuovi, liberi da ogni pregiudizio, resi perfetti
per il loro tempo. I pedagoghi, illuminati e rivoluzionari, credevano con
la stessa fede nelle capacità quasi illimitate dell'educazione e
nell'energia trasformatrice della rivoluzione. La pedagogia e la politica
hanno quindi rappresentato i due metodi di lavoro della nazione sovrana su
se stessa; in tal modo lo stato-nazione si riconosce come stato educatore.
L'Illuminismo ha dato inizio alla rivoluzione, l'Illuminismo deve
terminarla: questa idea ritorna spesso, quasi fosse una massima, nel
discorso rivoluzionario. Il dibattito pedagogico è quasi permanente e
innumerevoli sono i progetti di educazione pubblica che inventano una
pedagogia illuminata al servizio della nazione sovrana e, pertanto, della
democrazia. L'intenzione pedagogica non solo presiede alle grandi
creazioni repubblicane propriamente scolastiche, destinate soprattutto a
formare nuove classi dirigenti per lo stato-nazione (Ecole
polytechnique, Ecole normale ecc.). Il progetto d'introdurre in
tutti gli aspetti fondamentali della vita quotidiana un dispositivo
pedagogico illuminato guida anche l'inserimento del calendario
rivoluzionario e del sistema metrico dei pesi e delle misure, altrettante
istituzioni con il compito di nazionalizzare le menti e far trionfare
l'universalismo dei Lumi. A forza di continuare a sostenere che la
rivoluzione e l'Illuminismo corrispondono necessariamente, il discorso
rivoluzionario incarna una doppia mitologia. Mitologia dell'Illuminismo:
il «secolo illuminato» ha partorito la rivoluzione anche se i portavoce di
quel secolo non lo hanno né previsto né desiderato. Mitologia della
rivoluzione: messaggera dei Lumi, la rivoluzione segna un nuovo inizio
della storia, abolisce il passato e non fa che tradurre nei fatti le idee
più avanzate del tempo. Nel museo dei monumenti storici di Lenoir l'epoca
precedente e annunziatrice della rivoluzione era simboleggiata da alcune
sale la cui luce abbagliante disperdeva le tenebre... Che la
rivoluzione sia stata figlia del proprio tempo è fin troppo ovvio.
Contrariamente tuttavia alle rappresentazioni diffuse dalla mitologia
rivoluzionaria, l'Illuminismo non si riduce alle grandi figure che lo
simboleggiano, come la cultura del XVIII secolo non si limita
all'Illuminismo. La rivoluzione certamente è erede dell'opera di Voltaire
e di Rousseau. Ma è erede anche di quello che a volte viene chiamato il
«basso Illuminismo», quella massa di libelli e di pamphlet
scandalistici sulle amanti di Luigi XV o sulle depravazioni del clero,
dove il cattivo gusto rivaleggia con la violenza verbale, e che,
nell'ultimo quarto di secolo, inondano il mercato librario clandestino,
minando le fondamenta stesse del regime. Gli autori dei pamphlet,
scrittori falliti, se non semplicemente dei falliti, formano una
intelligencija frustrata ed emarginata, che costituirà per la
rivoluzione una riserva di quadri potenziali. A questa
intelligencija in sovrannumero, ai vari Fabre d'Eglantine e Collot
d'Herbois, ai Brissot e agli Hébert, la rivoluzione offrirà la possibilità
di accedere alla politica evitando l'emarginazione. La figura di un
Condorcet simbolizza, certamente, la continuità tra l'epoca dei Lumi e il
periodo rivoluzionario. In compenso, la figura di un Marat ricorda che la
cultura rivoluzionaria eredita ugualmente gli effetti della
disintegrazione intellettuale dell'Illuminismo, di quelle idee confuse che
mescolano occultismo e parascienze, che, come il mesmerismo, hanno
contraddistinto i decenni precedenti la rivoluzione. Figlia del proprio
secolo, la rivoluzione non ne ha ricevuto in eredità unicamente la cultura
delle élite. La cultura politica del periodo rivoluzionario riproduce
anche, secondo modalità proprie, le strutture profonde delle mentalità
dell'ancien régime. La rivoluzione presenta precisamente questa
notevole peculiarità, di far sorgere uno spazio politico moderno in un
contesto culturale largamente tradizionale. La buona novella
repubblicana è spesso diffusa attraverso i canali tradizionali della
cultura orale; i mutamenti politici rivoluzionari fanno risvegliare un
panico antico e paure collettive, brusii e fantasmi. I poteri
rivoluzionari successivi faranno tanta più fatica a capire le resistenze
che incontrano i loro progetti modernizzatori, in quanto saranno convinti
di averli concepiti in nome del popolo e per il suo bene. Per spiegarle,
non resterà loro che riattivare l'opposizione tra un potere civilizzatore
e un popolo da civilizzare. Ogni mito è portatore della propria
verità. La rivoluzione erede dei Lumi? Certamente, ma disponendo a modo
proprio di quell'eredità. Le idee e i valori dell'Illuminismo
intervengono come un continuo punto di riferimento nei conflitti politici
e ideologici del periodo rivoluzionario. Ma sul cammino, spesso sinuoso,
della rivoluzione, si opera anche la loro trasmutazione: il cosmopolitismo
si trasmuta in nazionalismo conquistatore, il pacifismo in militarismo, la
tolleranza in fanatismo, la libertà in Terrore. Ereditate le idee, la
rivoluzione le subordina alle proprie esigenze, le amalgama ai propri
miti, le modella sulle proprie forme.
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